Tornava il Re al suo regno, dopo molto, moltissimo tempo. Se ne era andato quando il palazzo era ancora troppo piccolo e inesperto per tessere assieme le piogge, i soli e le tempeste che lo investivano.
Col cuore malinconico lo sguardo reale si posava sul reame, ora diventato grande, vasto e raffazzonato. I teli di credenze e rimedi fasciavano qua dei tronchi scortecciati, là delle case un po’ ferite, lassù un cielo di nuvole irrequiete pronte a piangere al minimo cenno di imprevisto.
Aria di fatica tra giardini cintati di sassi e stradelli infangati, un regno che stentava, che ci riusciva, ma con sforzo. Un bosco fitto dai borghi al palazzo andava attraversato, di cui si intravedevano le torri sopra le fronde degli alberi. Florida vegetazione, rumori silvani discreti e schivi. Il Re procedeva lento, come una carezza gentile dalla fronte alla guancia. Andava piano il Re che da troppo tempo mancava, e l’involucro reame aveva bisogno di tempo prima che il Giardiniere cominciasse il suo lavoro: un ramo alla volta, un torrente alla volta, potare come carezza e falciare… un filo d’erba alla volta.
Le voci volarono rapide fino alla sala del trono, ai ripostigli, alle cucine e nelle prigioni: il Re è vicino, il Re è tornato!
Lungo era il sentiero tra il bosco buio e fermo e, tra i timidi e soffocati aliti della flora il Re arrivò al cancello, sbarrato e avvolto in intrecci di gelsomino e ruggine.
“Sono io” disse il Re “è tempo, per favore apriti”.
Scricchiolò il cancello, si era chiuso molto tempo prima, quando una serie di tempeste ne sferzarono l’anima ferrosa, facendo tremare ogni singolo minerale di cui era composto. Erano così forti quei venti che i cortigiani spinsero grossi massi per chiuderlo e bloccarlo. Dei massi ora non c’era traccia, e Cancello si aprì come quando ci si stiracchia dopo un lungo sonno, e il Re entrò.
Aveva lasciato gli stivali, assieme al cavallo, lungo i campi di cardi selvatici all’ingresso del regno e ora sentiva le foglie secche sotto i piedi, che ricoprivano il cortile. Crepitare di secco che si sbriciola sotto la pianta del Giardiniere.
Quando il palazzo sentì la pelle del Re calpestare la pietra scoperta del selciato e dei gradini di marmo, quando il palazzo sentì le mani del Re accarezzarne balaustre e colonnato, quando il portone d’ingresso sentì scorrere i polpastrelli tra le antiche venature e il loro serrarsi attorno l’ottone dei maniglioni, quando il palazzo sentì… ogni finestra si spalancò, il portone saggiò la presa e la forza del suo sovrano e lasciò, sollevato, che facesse ritorno.
Un vento potente venne richiamato dai remoti luoghi della terra e, come un immenso gatto, fece le fusa strusciandosi con ogni presenza del regno. Potente, sferzante e rinfrescante come un respiro preso a pieno petto. Rideva forte e gridava Vento, mentre graffiava via polvere e ragnatele da ogni sala, angolo e lume del palazzo.
Il Re andò prima ai bagni, dove acqua calda, sali e unguento di nardo lo accolsero in un’ampia piscina, poi bevve e mangiò parco, indossò abiti leggeri e senza nulla calzare si diresse verso la torre.
Da lassù poteva scorgere ogni angolo con la Vista, ma era dalla sala del trono che poteva Sapere di ogni angolo e così, Sapendo, scese verso le prigioni.
Ciò che trovò non lo sorprese, e nemmeno i prigionieri lo erano, ma il senso di sollievo, quello sì che commosse tutti. Il Re aprì una a una ogni singola cella, abbracciando ogni liberata parte di Sé dandosi appuntamento nel giardino del palazzo. Quando anche l’ultima prigioniera fu liberata tolse le grate alle celle, chiese a Vento di spazzare e ad Accoglienza di imbiancare, guardò poi il secondino negli occhi e gli disse “Grazie, vedo ciò che hai fatto, hai custodito bene, onoro il tuo operato e ti ringrazio. Ti do un posto speciale nel mio cuore, ora puoi riposare”. Secondino si seccò come foglia in autunno tra le braccia del Re, che lo baciò e ne affidò la polvere a Vento che a sua volta lo depose tra le more cadute di un gelso, dove germogli di prato gli fecero gran festa.
Palazzo era sereno e godeva di Vento che passava tra porte e finestre, angoli e spazi, ma anche attraverso i muri, regalando un continuo rinvigorente respiro.
Il Re raggiunse i suoi pari, liberati, nel cortile. L’Aria sapeva già, tutti sapevano, e il Sovrano così parlò:
L'ORO CHE GRONDA DAL VERO
IL SUOLO CHE ARDE DI FUOCO
PESCO E CALENDULA SU ALI DI CERVO,
DATE ORA SFOGO AL VOSTRO POTERE
GIOIA E DOLORE, SILENZIO E TUONO
SIANO IL GRAFFIO E LA PRESA POTENTI
CHE IL PALMO SIA ROMBO E SOFFIO D'ERBA
CHE LO SGUARDO SIA FULMINE E POZZO INFINITO.
PRENDETE ORA IL POSTO CHE A CIASCUNO SPETTA
GODETE NELL'ESSERE CIO' CHE IN ME SIETE
DI VOI SO, DI ME SAPETE
SCIVOLI IL SENTIERO SOTTO I VOSTRI PASSI
ACCAREZZINO LE NUVOLE LE VOSTRE INTENZIONI
SIA CHIARO IL CONFINE
SIA CHIARO L'INFINITO DENTRO
SIA CHIARO L'INFINITO FUORI
ORA REGNO
IL RE E' TORNATO
COSÌ ERA, COSÌ È, COSÌ SARÀ
Ogni presente prese al sua strada, chi dentro, chi fuori, chi alle case, chi ai campi, chi alle nuvole e chi alle grotte.
Scalzo, il Re mise piede nel bosco e al secco cominciò a mettere mano, piano, con cura e calma; prese a far l’amore con ninfe e tritoni, e con ogni movimento il Re volesse conoscere e fare suo egli fece l’amore.
La Regina, come il Re, Sapeva di ogni singolo essere nel regno, e nel suo grembo senza confine le gemme di cielo e profonda terra avevano sede, e degli amori del Re ella generava ora soldati, ora poeti, ora vestali, ora correnti.
Così era, cos’ è, così sarà.

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