Di silenzio in silenzio
ne sia il sandalo insabbiato.
Vuoto del deserto
scivolami nel cuore
e svelami le stelle.
Amato,
irrompimi nel cuore che a te anela,
abbracciami e carezzami
mentre resisto con la briglia in mano
e il cavallo già nella stalla.
Inondami col tuo profumo
soave
che apre la mano avvinghiata all’elsa.
Riposa ora il metallo in terra
mentre cado
nel tuo petto senza fine.
Crepita il fuoco nella locanda,
grezze mura,
antiche colonne,
raffinati e consunti tappeti.
Alla dolcezza della fiamma ritorno.
Tempo di ristoro
tempo di racconti e buon vino,
che il cavallo riposi e beva
il fieno non manca.
Che sollievo re-incontrarti
Amato
nella fermata di quando le forze dell’impazienza si esauriscono.

Jelâluddin Rumi, un poeta che amo, mi ha accompagnato a una diversa relazione con Dio. Per molto tempo non ho usato “Dio” come parola per ciò che rappresenta nella mia educazione, come forma-pensiero, come struttura castrante e giudicante. Leggere le poesie di Rumi mi ha riaperto il cuore a quella relazione più intima, gentile e delicata con il divino.
Chiaro che questa parola attiva tutti gli archetipi e le strutture di credenze, ma le riconosco, e ora conosco un modo nuovo per riaprire il petto al mistero, e dire si a ciò che è.

Lascia un commento