Senso del devo
dove cuore non vedo,
catenaccio al collo
della morale senza fallo.

Stringi e riduci a pezzi
ciò che per natura è pazzo,
pazzo di vita
pazzo di gioia.

È natura d’Esser Umano
godere e gioire del mondano.

Se essenza d’alma
è esser gioia
qual infame malanno
la riduce a noia?

Scarpe in ghisa
del devo e del santo,
pesano sul petto
la morale e il disincanto.

E l’alma brucia
vergata e sopita
coi veleni di chiesa
a gelare le dita.

Risorgi ora, senno,
crepi crepando
la crosta di pane
e torni all’aria
il Cuore di mollica
pronto a inzupparsi
nel buffet della Vita.

Ci sono dogmi, scolpiti da teologi e teorici della morale, che negano profonde parti dell’esperienza umana. Parti che se inascoltate fermentano e ammalano i sensi, il sentire, il corpo, i pensieri. Escludere le parti di noi più Vitali, come la sessualità, la spontaneità, il fidarsi di Sè, è un pericoloso agire dove la posta in gioco è una dolorosa separazione da noi stessi, lacerante e profonda. Come possiamo ambire ad un mondo unito e in pace se rigettiamo parti di noi, anziché includerle, se facciamo guerra a queste preziosità, anziché accoglierle? Per includere il fuori la via è includere il dentro. A cosa porto attenzione? Al separare ed escludere? Perché lí andrà tutto il mio amore, e solo quello vedrò e nutrirò: separazione, tristezza, assenza di forza.

Concedersi il tempo di stare con noi, e concedere al Noi di svelarsi anche in ciò che rigettiamo e disprezziamo, con ciò che ancora non sappiamo, con ciò che ha brama di manifestarsi ed essere guardato; e scoprire che niente va cambiato. Credo sia la dolcezza delle dolcezze, una carezza dalla fronte alla guancia, in amore con Noi stessi.

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