Non è detto che sia vero, non è detto che sia falso. Forse, ciò che rimane, è il fatto che “sia”, e questo basta.
“È”, e altro non serve, se non riconosce quel “sia”.
Seguire la dicotomia, e scegliere, è raccogliere una parte lasciando l’altra. Ma è la non scelta la via per accogliere tutto. E anche accogliere smette di essere un’azione, si trasforma in testimonianza; senza autore, senza intento, una ricettività attiva nel non essere azione, o attività.

Quando cessa l’agire, il tempo si deposita, smette di scorrere, e il presente si espande. Senza passi, senza meta in quanto la meta è figlia del tempo e, senza tempo, questa di dissolve. Un presente espanso che nemmeno si cura di portare un nome, o un perché.

“Quanto basta” emana la sua fragranza e inonda di sé stesso ogni adesso. Forse è più corretto dire che emana sempre sé stesso, e che sentirne il profumo è solo accorgersene, un <oh, si, è così>.

Accorgersi della celebrazione dell’adesso, dove la semplicità dell’esistere è quanto basta, quanto basta a sostenere l’esistenza stessa.

L’Esistenza è quanto basta, esistere e assaporarne la Semplicità è tutto ciò che “serve”. Cosciente di Esistere, non serve nient’altro, e si è già pieni, già vivi, già completi.
Quanto basta è la misura dell’adesso.
Quanto basta è già manifestazione della vita.
Quanto basta è la natura di ogni cosa.
Depositarsi nell’adesso, cedere come foglia nell’Ora, e il giardino del “quanto basta” è già qui, in fiore.
In pienezza, vuotezza, totalità.
Anche il cielo, non è più, e non è meno…

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