Kiki correva sulle fronde, col cuore alto sopra le ombre.
Ci misero un po’ i genitori a scoprirlo. Il dottore non capiva come questa bimba, col fuoco e l’acqua negli occhi, non sapesse correre. Faceva le scale, camminava, ma non correva come tutti i bimbi, nemmeno per gioco. Kiki non sembrava disturbata da questa cosa, anche se qualche compagnetto la prendeva in giro, riportando i commenti dei genitori sentiti a casa. Accadde poi un giorno che mamma e papà decisero per una gita verso le montagne. Kiki lungo la strada si riempì gli occhi di nuvole bianche come meringhe, dei campi di grano a perdita d’occhio, dell’azzurro del cielo che si specchiava nelle risaie. Assaporò l’aria della montagna che prendeva il posto di quella del mare.
Kiki sentiva che stava per accadere qualcosa, era strano, come se stesse per presentarsi qualcosa che non sapeva di aspettare.
Papà rallentò sullo sterrato di ciottoli, che sembravano croccanti come un sacchetto di carta sotto le ruote della macchina. Parcheggiarono. La mamma sciolse le cinture del seggiolone e posò Kiki a terra, sull’erba.
La bimba non aveva mai visto quell’erba, certo, all’asilo c’era il giardino col suo prato, ma qui era diverso, quel colore, quel profumo…
D’istinto si sedette togliendosi un po’ impacciata scarpette e calzini; non volle aiuto, aveva appena imparato a farlo, e intendeva cimentarsi da sola. Dopo un po’ di tentativi, liberati finalmente i piedini, si tirò su. Scoppiò a ridere per il solletico e l’umido della rugiada non ancora evaporata. Fece qualche passo divertita.
Mamma e papà la guardavano prima curiosi, e poi sgomenti, mentre vedevano crescere i capelli di Kiki a vista d’occhio e diventare, da un nero corvino a un candore abbagliante coi riflessi del cristallo. Sembrava avesse galassie nei capelli e, attoniti e pietrificati, la Guardavano mentre un passo alla volta percorreva la radura, verso i bordi della foresta.
Kiki aveva il fuoco e l’acqua negli occhi, lo sguardo fisso verso il fitto degli alberi, ombra impenetrabile. Si sollevò una folata di vento che fece vorticare delle foglie fresche attorno a Kiki, gli alberi parvero concitati, come la corte di un palazzo quando viene annunciato un’ospite importante. Una giovane quercia appoggiò la sua fronda a terra, ai piedi della bimba. Lei vi salì e un forte e dolce vento aiutò l’albero a tornare eretto.
La vista da lassù inondò il cuore di Kiki di una gioia nuova, eppure antica. Nella sua saggezza di bimba in qualche modo sapeva cosa fosse, era più una qualità, come quella delle torte che faceva la nonna. Non si sanno gli ingredienti, e magari la ricetta la usano in molti, ma quella della nonna ha un sapore riconoscibile. E Kiki riconobbe quella sensazione, quel sapore, quella qualità. Era Lei, era Kiki.
Un ramo parve darle una spintarella e così lei mosse un passo, e poi un’altro, come ormai sapeva ben fare. Ma le fronde da sotto parevano spingere aumentando il ritmo, sempre più veloce un po’ alla volta, finché Kiki si ritrovò a correre sulle fronde, e più correva veloce più brillava.
I genitori vedevano quella piccola stella diurna scivolare sulla foresta, un bagliore della purezza del cristallo, sopra le ombre quiete del bosco.
Fu così che a mamma e papà fu chiaro chi lei fosse, come solo i genitori sanno comprendere. Lei era Kiki, la fanciulla che correva sulle fronde, e forse qualcos’altro ancora da scoprire. Cosa le avesse riservato il futuro era ignoto, e sorprendente.
Col cuore, mani nelle mani e occhi negli occhi, depositarono lì una promessa: di fare ciò che avrebbero potuto, per come avrebbero potuto, perché lei potesse brillare ancora e ancora. Avrebbe scelto lei se farlo, questo loro non potevano deciderlo, certo, ma promisero, mentre quel cristallo gridava le sue risate correndo sulle fronde. Un sole che non bruciava, con quel fresco che solo la luce porta, dissipando le ombre del cuore.

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