Oscillano, le alghe nel mare, le fronde nel vento. Da una parte un pieno che sostiene, galleggiandomi, dall’altro un vuoto che lascia così come é. S’infila il vuoto tra le fronde. Non si vede il suo moto se non dai rami che ne assecondano le carezze.
Amabili fronde, flettetevi al vento fin dove potete, tra brezze leggere, soffi accennati e tempeste furenti. Flettete ora con le vostre foglie, finché d’autunno non calano a terra, a far da coperta ai ricci, ai rospi e alle zolle di novembre.
E ora intanto quel verde così brillante in morbide gemme stagliate lassù, stese verso il sole che scalda sempre più.
Aprile apre le porte e spazza via le ultime storie morte, quelle consumate nei camini e nelle stufe che si fan cenere al passare dell’inverno a volte tosto, a volte mesto.
Amabili fronde,
a flettersi al vuoto
quel vuoto che carezza,
di flettermi così
mi ricordate,
mi ricordate che
pur nell’incertezza
nel lasciarmi oscillare
a nuove sponde
il vento mi porta.
Lascia un commento