Passa il disco, il solito disco, che gracchia fedele le stesse note dalla bocca del grammofono. Note, le solite note vecchie e consunte, note a pochi, solo a me e ai bisticcianti inquilini dell’abitudine al lamento.

Quella sigaretta nel posacenere di vetro che non si spegne mai. Il fumo nella stanza un po’ anni 50 tra il verde della pelle della poltrona, e la notte, che filtra coi suoi tormenti cittadini dalla veneziana in legno. La radica dello scrittoio pare triste, desiderosa di un panno che la accarezzi con un po’ di cera, levando polverosi pensieri, il tempo e la nicotina. Moquette lisa, che sa di parole scritte alla luce di una abat-jour.

Perché mai incrociare gli sguardi? Capo chino sotto il cappello e il volto celato dalla tesa, mentre l’impermeabile raccoglie la nebbia in rivoli, indorati dai lampioni. Così ritmici quei lampioni, a distanza regolare, i passi scandiscono l’ombra dal lume. Passi regolari, musicali, di una scarpa di vernice. Ha sempre un profumo corroborante l’asfalto bagnato, e poi c’è il rimbalzarsi delle foglie che, di ramo in ramo, accompagnano le gocce di pioggia fino al ramo più basso, e da lì, un lungo vuoto, fino a terra.

Ogni goccia piove una volta sola: qualcuna viaggia solitaria in un unico volo, qualcun’altra cade su un tetto, prende per mano le altre e assieme, tutte, sempre verso la stessa meta: il giù.

Scorre il piccolo torrente sulla gronda, al lato del marciapiede, o sul parabrezza di una macchina parcheggiata. Dividersi e raccogliersi di perle l’acqua, chissà se sapevano, prima di cadere, che percorsi gli sarebbero accaduti. È curioso che non protestino, o forse lo fanno, ad ogni modo tutte verso il giù. Tutte. Consenzienti o meno.

Pare così violento il cielo, con così poca cura dei destini dell’acqua.

E il cielo? Dove cominci e dove finisca non si sa. Nasce da sopra i monti, o dal centro di un respiro? O, magari, dal niente che c’è tra le stelle? Arriva forse fino a terra: vi si adagia, la batte, la carezza? Chissà se cielo e terra si toccano, così diversi, uno inconsistente, l’altra la quintessenza della gravità, della materia. Chissà se si toccano, mentre la terra scivola sotto il cielo rotolando nel niente, bagnandosi di sole e asciugandosi con la notte; un po’ come quando in macchina mettiamo la mano fuori dal finestrino: stiamo toccando il cielo, e andando forte lo sentiamo meglio. Andiamo così forte per sentire il cielo, eppure è sempre qui, tutto attorno a noi. Pelle addormentata la nostra che, nello stare fermi, non sente la vastità dell’abbraccio celeste.

Lásciati, pelle a pelle col cielo, e col vento, e col calore di un lontano ricordo, quello dell’altezza da cui siamo piovuti.

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