Ci sono venti, tra le pieghe dell’inverno, che custodiscono racconti e gemme, sepolti dal viavai delle farfalle estive. Solo quando i colori di agosto si acquietano e la notte si stiracchia sempre più a lungo sul giorno portando freddo e silenzio, solo allora quei racconti trovano orecchie dove calarsi.
È col freddo e col buio che il pellegrino cerca il calore della locanda. È allora che posa i fardelli, che si spoglia, si lava, e si siede al tavolo da solo, forse. E c’è sempre un oste in ogni locanda. Ogni volta cambiano il viso, gli accenti e le mani, ma dietro quella molteplicità di osti, è sempre l’Oste a portare acqua e vino, pane carne e latte. Archetipo dell’accoglienza, della pausa e del nutrire, a volte cordiale e bonario, a volte scortese e burbero ma sempre parte del viaggio del pellegrino; ogni locanda lo è, tanto quanto i santuari che varca e i santi che invoca.
Che sia sentiero, che sia sosta, la zuppa ammolla la crosta e, a bocconi (coscienti o incoscienti) l’Oste ci accompagna, di locanda in locanda, fino a quella che credo meta e che forse è solo Vita.
Sono pellegrino in ascolto di racconti e gemme.
E sono oste, comparsa mentre i pellegrini chiudono gli occhi curandosi dei loro racconti.
Chi mi serve?
Chi servo?
Chiudo gli occhi e chiedo: chi mi guida mentre porto la zuppa, e chi mi respira mentre canto i miei salmi?

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